"L'apologo L'uomo, la bestia e la virtù, venne rappresentato a Torino, per la prima volta, dalla Compagnia Menichelli-Migliari. Senza avere la pretesa di fare del nuovo, costretti dal disegno dei personaggi, dal modo con cui si imposta e si sviluppa l'azione, e dalla forma parodistica di molte situazioni, i bravi comici della simpatica Compagnia (l'unica compagnia di complesso che esista in Italia) diedero dell'apologo pirandelliano una notevole interpretazione caricaturale, più di farsa che di commedia. Arturo Falconi, che era la bestia, divertì un mondo con la sua goffaggine, ma la sua giovialità e la sua festevolezza non attenuò il nostro giudizio: il pasticcio è faticoso da mandare giù e non lascia la bocca dolce: da morale. L'interpretazione della Compagnia dei Teatro d'Arte di Roma, annunciata come una novità ad imitazione, mi si dice, di quanto viene fatto in Germania, non [si] diversifica da quella della Menichelli-Migliari, se non nella cornice, che non mi pare la più opportuna per inquadrare l'apologo che ha bisogno di un'atmosfera di umile realtà e non di accesa fantasia. Delle truccature goffe, caricaturali (con maschere) limitate alle sole donne e ai maschietti, non me ne so dare la ragione, a meno che solo nelle donne Pirandello abbia voluto rappresentare i vari aspetti della virtù e porli in ridicolo.
Marta Abba ci ha dato ieri sera la prova che quando ci si mette si sa far brutta sul serio. Veramente goffa: da far odiare la virtù. Merita lode, anche se qua e là ha mostrato la sua personcina elegante e guizzante. Uberto Palmarini ha sparato delle buone cannonate; Ruffini ha smaniato di buona lena; la Di Sangiorgio ha fatto di Nonò un detestabile ma adorabile monello".
"Udimmo più volte L'uomo, la bestia e la virtù recitato da ottime Compagnie comiche, rilevammo lo schietto successo di ilarità e la struttura del lavoro originale, perfetta come tutta l'opera Pirandelliana, ma ci sembrò che qualche cosa non risultasse ben chiara; evidentemente fra l'autore e noi v'era un equivoco da chiarire. L'umorismo che quando è vero e autentico, ha sempre un fondo di dolorosa umanità, appariva invece, in certo modo, farsesco, contrastante cioè con la forma d'arte di Pirandello, che rifugge e sdegna ogni effetto plateale. La vicenda appariva quanto mai licenziosa, a taluni sembrò anzi scandalosa, e ci meravigliammo che un puro spirito d'artista potesse trascendere a tanto. Il pubblico che accorrerà questa sera al Politeama, potrà accorgersi facilmente del suo errore.
Poche commedie racchiudono, come questa, lo strazio che deriva dal contrasto immanente fra l'uomo, e la bestia che ogni uomo ha in sé. Era mancato solo il modo di rappresentarlo e Pirandello, curando la esecuzione di questa sua commedia, che giustamente chiamò Apologo, con meticoloso amore, è riuscito mirabilmente nell'intento. [...] La vicenda si svolge in una cornice scenica suggestiva e interpretativa: la novità delle maschere conferisce poi al lavoro, come già dicemmo, un tono di eccezionale originalità.
Abbiamo assistito, pochi giorni or sono, alla rappresentazione di questo lavoro, in altra città, e, ad ogni fine d'atto abbiamo notato il pubblico soffermarsi perplesso e incerto prima di abbandonarsi all'applauso scrosciante. Forse, in quell'attimo, gli spettatori attratti inconsciamente dal famoso principio Pirandelliano, dello specchio, erano riusciti a vedersi veramente, in quel terribile specchio dell'anima ed avevano avuto paura di loro stessi". da "La Nazione"

 
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