Se, come è lecito
supporre, la cartina al tornasole di un testo considerato, o considerabile,
alle soglie della "classicità" (e Casa di bambola quella
soglia l'ha già varcata)
è da considerarsi la proponibilità delle sue tematiche e
problematiche, in epoche diverse,
non v'è dubbio che la tragedia di Nora Helmer
travalica ogni limite di spazio e di tempo per
farsi "capo d'accusa" o "urlo" di dolore
(nonostante l'apparente gioiosità del personaggio)
di qualsivoglia individuo costretto ad agire in stato
di bisogno e di ricatto economico. Non più, o
non solo, la "bambolina" di Torvald costretta a ribellarsi
alla insensibilità dell'universo maschile,
ma una creatura - Nora Helmer - di sconvolgente attualità,
destinata a rammentare l'infinità di vite strozzate
che, pure in seno all'ex borghesia agiata, patiscono
sino al gesto estremo la tragedia dell'usura, "fissati"
una volta per sempre, come insegna Pirandello,
in un buio momento dell'esistenza. Ecco allora
che, al di là dell'affiorante naturalismo e della
più che corretta scansione scenica (derivante
da una progettata regia del compianto Zulueta), Casa di bambola di
Ileana Ghione sa essere lo spettacolo giusto al
momento giusto: di scottante pregnanza, di dignitosa
indignazione in una cornice di non vincolante ottocentismo.
Angelo Pizzuto